BLP
2025/17
La Scuola di Giurisprudenza dell’Università Bocconi e l’internazionalizzazione degli studi giuridici
Sono entrato come professore di ruolo in Università Bocconi il 1° novembre 1995, proveniente dalla mia Alma Mater, Università degli Studi di Milano, e quando, proprio in quel periodo, l’ipotesi di un corso di laurea in giurisprudenza bocconiano è stata inizialmente discussa ai “piani alti” dall’università ero arrivato da troppo poco tempo e non ho avuto ovviamente modo di partecipare attivamente a quella fase pioneristica che, da subito, doveva rispondere ad una fondamentale domanda: che senso potesse avere un nuovo corso di laurea in giurisprudenza in una istituzione universitaria come la Bocconi di allora, fino a quel momento dedicatasi all’insegnamento ed alla ricerca nell’area delle scienze economiche ed economico-aziendali e con un pur prestigioso Istituto di diritto comparato “Angelo Sraffa” (oggi Dipartimento di Studi Giuridici) la cui tradizione didattica e di ricerca scientifica era però stata inevitabilmente funzionale al core business degli insegnamenti economici. Il tutto in un contesto territoriale che già vedeva l’autorevole presenza di Scuole Giuridiche come la Statale (Milano) o la Cattolica (Milano e Piacenza), per non parlare dell’allora neonata Università Bicocca e della vicina Università di Pavia, di antichissima tradizione ed autorevolezza.
La scommessa fu quella di giocare sulla specificità culturale e “ambientale” di Bocconi e sulla sempre più evidente connessione fra diritto ed economia. Così fin dal progetto originario fu sostanzialmente impostato un piano di studio fortemente innovativo rispetto alla tradizione degli studi giuridici italiani, con un inedito – e diciamo pure spiazzante – spazio riservato alle materie quantitative, così come a quelle proprie delle aree scientifiche di Economics, Business e Accounting.
Se comunque il nuovo corso quadriennale di laurea in giurisprudenza è partito nel 1999 in acque relativamente tranquille, possiamo ben dire che l’intero mondo bocconiano, a cavallo del secolo, è stato investito da un vero e proprio tsunami, che ha posto le basi per la profonda trasformazione che la nostra università ha subito nei primi venti anni di questo secolo.
Alla base di tutto ci fu la decisione del Consiglio di amministrazione della Bocconi del 4 giugno 2001, assolutamente pioneristica nel contesto universitario italiano di allora, di istituire un International Evaluation Committee, composto da due autorevoli professori di Economics (John B. Shoven, Stanford University) e di Business (Lars Tyge Nielsean, al tempo alla Copenhagen School of Business e oggi direttore del Programma Phd ad Insead, Fontainebleau) e presieduta da Antonio Borges, professore a Harvard, ex Dean di Insead e, precedentemente, vicegovernatore della Banca del Portogallo, cui venne affidato una valutazione del complessivo “Sistema Bocconi” sul mercato globale della formazione universitaria nell’ambito delle cosiddette Social Sciences.
Fu proprio in occasione delle audizioni davanti a questo autorevole consesso che, in qualità essenzialmente di coadiutore linguistico, sono stato testimone e parte di una non facile interlocuzione fra l’allora Direttore del glorioso Istituto Sraffa, professor Piergaetano Marchetti, e i nostri “valutatori”, che dubitavano della coerenza culturale d’una Scuola Giuridica, con l’inevitabile radicamento domestico dei relativi ambiti di ricerca scientifica, in un contesto complessivo dichiaratamente orientato invece ad una radicale internazionalizzazione della nostra università, in termini di studenti, di corpo docente e, non ultimo, di ricerca scientifica.
Difficile, anche con gli occhi di poi, dare loro torto.
Ciò nonostante, in un secondo round di approfondimento di qualche giorno successivo al primo, questa volta con il solo Antonio Borges ed al quale per un non previsto impedimento del professor Marchetti partecipai solo io, il problema specifico della possibile integrazione della Scuola di Giurisprudenza nell’auspicato processo di internazionalizzazione emerse in tutta evidenza: su questo non ho problemi ad ammettere, oggi, di avere bluffato, minimizzando i problemi – che c’erano e tuttora permangono – ed insistendo invece, forse anche con qualche forzatura, sul nostro leale impegno, come giuristi Bocconi, nell’assecondare la prospettiva fatta propria dall’istituzione, nei limiti delle specificità proprie degli studi giuridici (ed è qui che sta in realtà il problema).
Sta di fatto che quella sera il professor Francesco Giavazzi, allora Prorettore alla ricerca ed alle risorse umane e vero ispiratore dell’intero processo valutativo in atto, mi chiamò tra il divertito e l’incuriosito, chiedendomi cosa diavolo avessi mai detto per essere riuscito a strappare un giudizio moderatamente positivo allo scettico Borges. Mi andò bene con Borges forse... non credo invece di essere mai riuscito a convincere del tutto l’amico Giavazzi.
Sta di fatto che la neonata giurisprudenza bocconiana si trovò improvvisamente a dover fronteggiare una sfida doppia che, se vinta, ne avrebbe segnato la specificità: non più solo un’ampia (rispetto ai timidi standard tradizionali) e caratterizzante integrazione fra discipline giuridiche e discipline economico-quantitative, ma anche quella di una progressiva internazionalizzazione nella didattica (corsi in lingua inglese laddove compatibile con la materia insegnata, ma anche un ampio programma di visiting professor provenienti da prestigiose istituzioni straniere) e, soprattutto, nella ricerca dell’intera faculty. La nascita del nuovo corso comportò naturalmente un ampliamento del corpo docente necessario per far fronte ai nuovi insegnamenti da impartire e fino ad allora rimasti estranei alla didattica bocconiana, senza però mai arrivare, per precisa scelta dei vertici istituzionali, alla formazione di una Facoltà giuridica autonoma, sul modello tradizionalmente presente nelle università italiane. Le successive evoluzioni legislative portarono il neonato corso di laurea a due successive trasformazioni organizzative: dal modello quadriennale dell’inizio al 3 + 2, per poi assestarsi, quanto alla laurea in giurisprudenza che consente l’accesso alle professioni legali regolamentate, sull’attuale percorso quinquennale. Il tutto però senza cambiare la sostanza della nostra sfida.
Quanto ad Antonio Borges, entrato nel frattempo nel CdA Bocconi – in particolare nel Comitato Esecutivo con delega alla faculty – e chiamato a presiedere l’International Advisory Committe nominato dopo la chiusura del processo di valutazione, quando molti anni dopo venni nominato Dean della Scuola di Giurisprudenza (2012, Rettorato di Andrea Sironi), nel corso di un incontro informale con la nuova squadra rettorale mi chiese conto, sorridendo, delle mie promesse di allora, insistendo sul fatto che il mio mandato dovesse caratterizzarsi per il massimo di internazionalizzazione possibile.
Si trattava, in particolare, di rafforzare la già esistente rete di accordi con importanti e qualificate istituzioni universitarie internazionali, per garantire a tutti i nostri studenti l’esperienza dello scambio (il cosiddetto programma Exchange, caratterizzato in Bocconi dall’estensione del programma Erasmus oltre i confini dell’Unione), se non addirittura dello stage internazionale. Già il mio predecessore, professor Gianni Iudica, aveva dato vita ad uno specifico programma di scambio più stage all’interno di un network di istituzioni universitarie particolarmente qualificate, denominato Themis e che vedeva originariamente la partecipazione, coordinata da Bocconi, delle Università di Berlino (Freie Universität), Paris XII, Esade (Barcellona), Maastricht. Fondamentale, a questo scopo, la predisposizione di un adeguato numero di corsi da impartire in lingua inglese per essere fruibili dagli studenti stranieri incoming.
Grazie allo straordinario lavoro coordinato dall’allora Dean for the Internationl Affairs, professor Stefano Caselli, nel periodo 2012-2018 il circuito Exchange è cresciuto di ben 30 accordi con prestigiose università del mondo intero, mentre il Themis Network si è allargato a quattro nuovi partner (SMU, Wien, StGallen, NOVA Escuela de Direito de Lisboa).
Nel 2018, allo scadere del mio mandato, è partito un nuovo programma di Double Degree (Laurea/JD + LLM), con mobilità dei nostri studenti a partire dal successivo 2019 verso tre università: Fordham Law School (USA), Indiana University – Maurer School of Law (USA) e Maastricht Law School. In particolare i primi due programmi, non a caso con istituzioni universitarie statunitensi, rompevano il limite fino ad allora ritenuto invalicabile per le materie giuridiche della possibilità di conseguire congiuntamente titoli idonei alla successiva pratica forense in due diverse giurisdizioni nazionali.
In questa prospettiva, poi, un vero e proprio “colpo di reni” all’internazionalizzazione è stato il recente varo, sotto la guida dell’attuale Dean, professor Pietro Sirena, del nuovo triennio in Global Law (classe “scienze giuridiche” nella nomenclatura del nostro Ministero dell’Università), interamente insegnato in lingua inglese ed esplicitamente rivolto ad un pubblico internazionale di studenti che aspira ad una formazione di base giuridico-istituzionale per proseguire gli studi con lauree specialistiche in altri settori delle cosiddette “Scienze Sociali” oppure per svolgere direttamente la propria attività in organismi privati/pubblici, piuttosto che nelle più diverse istituzioni internazionali.
Altra cosa sono, naturalmente, i programmi post-graduate in materie giuridiche che la nostra università ha cominciato a proporre sul mercato internazionale, dal Phd in Legal Studies, all’LLM in European Business and Social Law, passando per l’ormai consolidata – e direi positiva – esperienza dell’LLM in Law of Internet Technology.
Volendo a questo punto concludere questa mia breve testimonianza provando a rispondere alla domanda iniziale, ossia se quella doppia sfida temeraria sia stata superata positivamente oppure no. La risposta più sincera e realistica è quella del bicchiere pieno a tre quarti: alcune delle caratterizzazioni proprie del nostro corso di laurea sono diventate nel corso degli anni un patrimonio che va diffondendosi anche nei nostri competitor più prossimi: 1) l’integrazione fra economia e diritto e l’opportunità di una preparazione del giurista moderno che non può prescindere dalla sana contaminazione con discipline estranee alla tradizione delle discipline giuridiche tradizionali è ormai condivisa anche in altre Scuole Giuridiche italiane; 2) tutte le università milanesi hanno, anche per Giurisprudenza, una più o meno ricca rete di scambi internazionali e l’esperienza Erasmus non è più lasciata esclusivamente al fenomeno dei cosiddetti free mover, studenti intraprendenti sostanzialmente abbandonati a loro stessi; 3) anche nelle altre università si vanno diffondendo gli insegnamenti giuridici in lingua inglese, soprattutto attraverso il diffondersi dei programmi di visiting professor ed in alcuni casi si stanno sperimentando programmi di double degree (Torino, Trento, Firenze).
In questo senso non siamo più un unicum, guardato con un po’ di sospetto e, talvolta, anche di più o meno benevola sufficienza da molti colleghi delle più antiche e prestigiose facoltà giuridiche milanesi e non, ma siamo stati in qualche modo dei precursori e siamo progressivamente diventati, per certi versi, un modello da tenere sotto osservazione.
Molta strada è ovviamente ancora da fare per raggiungere, anche nell’area degli studi e dell’insegnamento del diritto, gli ambiziosi obbiettivi della nostra università in ordine al proprio posizionamento sul mercato internazionale della formazione accademica: la Laurea Magistrale in Giurisprudenza è e credo sia destinata a restare, inevitabilmente, un programma formativo rivolto ad un’utenza quasi esclusivamente domestica, essendo il relativo titolo la chiave d’accesso alle professioni legali. Ma grazie al progressivo ampliarsi della faculty giuridica ed alla sua progressiva apertura a docenti di provenienza internazionale, anche la Scuola giuridica con la varietà dei programmi oggi disponibili comincia davvero a proporsi con buone prospettive su quel mercato internazionale nel quale la Bocconi è assoluta protagonista da anni.