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BLP

2025/17

Venticinquesimo della School of Law

1. Dal CLELI al CLG

Le ricorrenze sono, solitamente, occasioni propizie per volgere lo sguardo al percorso compiuto e per fare un bilancio dei risultati conseguiti e, del pari, delle criticità superate e di quelle ancora da affrontare. Ma, nel caso della School of Law bocconiana, la memoria delle sue origini, del suo momento genetico, merita un’attenzione particolare in considerazione della sua peculiarità.

L’Università commerciale Luigi Bocconi è nata come un’istituzione universitaria di economia e commercio. Questa natura è sempre stata la sua caratteristica, la sua fisionomia e, si può dire, la sua bandiera, il vessillo del suo richiamo e dei suoi successi non solo nel tessuto sociale del nord Italia, ma in tutto il Paese. Negli anni Novanta del secolo scorso, il prof. Piergaetano Marchetti, allora direttore dell’Istituto giuridico Angelo Sraffa, intuì la necessità di immaginare un percorso formativo, sempre con uno sbocco tradizionale in una laurea in economia e commercio, caratterizzato però da una più massiccia e qualificante presenza di materie giuridiche. Una più vasta e approfondita conoscenza delle norme giuridiche, soprattutto con riferimento alla fisiologia e alla patologia dell’impresa, ma anche al momento cruciale della trasmissione familiare della ricchezza, è apparsa sempre più indispensabile anche per la formazione dei commercialisti, dei fiscalisti, degli aziendalisti e, in generale, degli operatori economici. Il prof. Marchetti, che già allora aveva un peso nel mondo della dottrina giuridica, delle professioni, delle banche e della finanza, con pochi termini di paragone, riuscì a convincere il prof. Mario Monti, allora presidente dell’Università, a varare un corso di laurea in economia e legislazione dell’impresa: il CLELI. Marchetti designò il sottoscritto, da poco tempo ordinario in Bocconi di Istituzioni di diritto privato, a svolgere le funzioni di Dean del neonato percorso formativo.

Il passo successivo fu la nascita del Corso di laurea in Giurisprudenza, del CLG, ovvero della School of Law, che si caratterizzò come sviluppo e superamento naturale, fisiologico, direi, del CLELI. All’interno del nuovo percorso era immaginato tutto il complesso dei diritti necessari per conseguire una laurea in giurisprudenza, accanto a una forte presenza di materie tipicamente bocconiane, quali le discipline quantitative, di contabilità e bilancio, di fiscalità, di economia e di finanza. Tuttavia, non si trattava di un semplice spostamento di pesi e di rapporti tra materie economiche e discipline giuridiche. Si trattava di introdurre, nello storico tempio dell’economia, un percorso che portava a una laurea nuova, di natura diversa, a una vera e propria laurea in giurisprudenza. Ancora una volta la capacità di persuasione del direttore dello Sraffa, Piergaetano Marchetti, si trovò in sintonia con il ben noto spirito innovatore e lungimirante del presidente Mario Monti. Così, nonostante diffusi scetticismi e non poche resistenze, pure autorevoli, nacque la School of Law. Anche qui, ancora una volta, il direttore dell’Istituto Sraffa invitò il sottoscritto ad assumere l’incarico di Dean della neonata, originale, innovativa Scuola di Giurisprudenza. Va ricordato che gli ambiti di competenza del direttore dell’Istituto e del Dean erano contigui, ma diversi. Il direttore dello Sraffa aveva una competenza riguardante il funzionamento dell’Istituto, della ricerca scientifica e del reclutamento del personale e dei docenti. Il Dean, invece, aveva una competenza rivolta alla qualità e ai contenuti della didattica, e un ruolo orientato ai rapporti esterni e a quelli internazionali. Va da sé che la sintonia tra direttore dell’Istituto e Dean è stato non l’ultimo dei fattori che hanno determinato la fortuna della School

Una volta varato il nuovo corso di laurea, occorreva passare alla sua concreta realizzazione, dalle basi, dai fondamenti. Bisognava trovare innanzitutto un equilibrio tra materie giuridiche ed economiche che fosse compatibile con la rigida e non derogabile griglia ministeriale. Bisognava poi immaginare, cosa non facile né scontata, prospettive originali, ma nel contempo serie, sul piano formativo, sia con riferimento ai contenuti delle singole discipline, sia con riguardo al rapporto con le principali facoltà di giurisprudenza delle altre Università italiane e straniere e con le principali istituzioni giuridiche, quali la magistratura di merito e di legittimità, gli ordini professionali, i grandi Studi legali, ecc.

Le materie quantitative, come è noto, sono sempre state considerate uno spauracchio dirimente dai giovani studenti. Anzi, molti giovani evitavano lauree con ottime prospettive professionali, come ingegneria o economia, proprio per l’allergia (vera o immaginaria) verso i numeri e gli algoritmi! Le discipline quantitative, tuttavia, pur introdotte in misura massiccia nel percorso formativo della School, non potevano non avere caratteri adeguati agli interessi peculiari e ai bisogni specifici dei giuristi. Il matematico bocconiano Lorenzo Peccati, al quale andò tutta la nostra gratitudine, scrisse un agile manuale destinato proprio agli studenti della neonata giurisprudenza. Apparve poi subito chiara la necessità di avviare iniziative per conferire in concreto alla nuova School un’impronta e un respiro internazionali. Non erano pochi, insomma, dal punto di vista del Dean e del suo ruolo, gli ostacoli da superare e le cose da impostare per realizzare, d’intesa con il direttore dell’Istituto, un percorso formativo di un giurista davvero moderno e al passo coi tempi.

2. Il numero chiuso

Mentre in tutte le facoltà giuridiche italiane non era previsto il “numero chiuso”, in Bocconi, anche per la School of Law, fu adottata la regola opposta, quella della rigorosa selezione meritocratica all’ingresso. I posti erano pochi: 150. Era abbastanza diffuso, ancorché non sempre dichiarato, il timore di un fiasco. Quando si consolidò il rapporto di quattro domande per un posto, il numero fu portato a 300. Gli studenti che riuscivano a superare il test e che diventavano studenti della School erano visibilmente fieri di esserlo e acquistavano un positivo senso di appartenenza. Anche questo, per naturale ricaduta, concorreva ad accrescere la dedizione allo studio e la determinazione a sostenere con successo tutti i numerosi esami e le prove intermedie, senza andare fuori corso.

3. L’obbligo di frequenza

L’obbligo di frequenza (sconosciuto nelle altre facoltà giuridiche) era generalmente ben tollerato dagli studenti del CLG. Bisogna però riconoscere, con sincerità, che lo studente bocconiano non ha mai conosciuto, né ha mai vissuto, la condizione felice, irripetibile e tipica dello studente universitario (e non già del liceale): la totale libertà, nel bene e nel male, di gestire il proprio tempo, la assoluta e spensierata libertà di inventare la propria giornata. Lo studente bocconiano, anche quello della School, è stato, in un certo senso, “liceizzato”. Appare consolatorio, ma è anche vero, tuttavia, che quello che lo studente bocconiano perdeva in termini di libertà lo guadagnava in termini di serietà e di profitto. Gli studenti, in tutte le materie, lungo tutto il percorso, erano assistiti da tutor, ai quali potevano rivolgersi senza formalismi per avere chiarimenti e, in genere, sostegni utili, passo dopo passo, per l’arricchimento della propria formazione. Questo supporto didattico era una novità, era sconosciuto allora nelle facoltà giuridiche o in quelle umanistiche, mentre era noto se non addirittura frequente nelle facoltà scientifiche.

4. I corsi extracurriculari

Accanto al percorso istituzionale, già di per sé particolarmente carico e intenso, furono offerte in parallelo ulteriori esperienze formative, del tutto facoltative, di natura puramente culturale. Per diversi anni, un noto pianista, particolarmente colto e dotato per la didattica, il M° Mario Delli Ponti, tenne non poche lezioni di storia della musica e del contesto sociale ed economico dei diversi periodi musicali, con esecuzioni esemplificative. È superfluo dire che tale iniziativa ebbe un notevole successo. Non meno fortunato fu il successivo corso di Logos e Nomos, tenuto dall’illustre filosofo, di fama planetaria, Emanuele Severino.

Un’ulteriore offerta, parallela e aggiuntiva al percorso obbligatorio, sempre rigorosamente facoltativa, fu quella di brevi cicli di lezioni tematiche di natura giuridica. Ricordo le quattro lezioni di Piero Schlesinger in tema di “Mercato”. Quelle di Massimo C. Bianca in tema di “patti successori” e di trasmissione familiare della ricchezza. Quelle di Francesco Galgano sulla Lex mercatoria.

Furono organizzati frequenti convegni, incontri di studio, seminari, ai quali anche gli studenti erano vivamente sollecitati a partecipare, su temi di particolare attualità giuridica. Ricordo i dibattiti sul “danno biologico”, del “danno esistenziale”, con le posizioni contrapposte delle varie Scuole di pensiero; sul “contratto muto” con Rodolfo Sacco; su “Black Athena” e le influenze delle culture orientali sul pensiero greco e latino; sull’“Ordine giuridico del mercato”, con Natalino Irti e Guido Rossi; sul “Diritto privato europeo”, in un grande convegno presieduto da Christian von Bar; sulla necessità di una riforma della filiazione, di una riforma della disciplina della successione necessaria, e così via.

5. La giornata del giurista

Gli studenti bocconiani di giurisprudenza, dal primo all’ultimo anno di corso, hanno avuto la possibilità di riunirsi, tutti insieme, in Aula Magna per assistere a un dibattito intorno a un grande tema giuridico. L’introduzione della giornata era affidata a una figura di spicco e di vasta notorietà nel mondo giuridico e istituzionale. Si individuava insieme il tema e la personalità da invitare. Poi erano gli stessi studenti a prendere l’iniziativa dell’invito e mai ricevettero un rifiuto. Conclusa la parte introduttiva, gli studenti venivano suddivisi in piccoli gruppi per un workshop guidato sui diversi aspetti del tema della giornata. I lavori si concludevano con una tavola rotonda di sintesi e di congedo, con il coinvolgimento di docenti di altre università e di professionisti di alto prestigio e di vasta esperienza. Questa iniziativa, ripetuta anno dopo anno, rendeva il singolo studente cosciente di essere partecipe di una vera e propria comunità.

6. Themis

Fu creato un réseaux di alcune facoltà giuridiche di eccellenza, allo scopo di avviare una collaborazione nell’interesse degli studenti. Ogni università coinvolta avrebbe dovuto selezionare al suo interno un numero ristretto di studenti. Gli studenti selezionati da tutte le università del réseaux avrebbero dovuto poi riunirsi, a rotazione, presso una delle sedi coinvolte e partecipare ad un seminario di una settimana su un tema specifico. Ad esempio: “La governance societaria in Europa”, oppure “Torts e punitive damages”, oppure ancora “La buona fede contrattuale e precontrattuale”, e così via. Era altresì previsto uno stage all’estero, in prestigiosi studi legali o in organizzazioni internazionali volto ad offrire un’esperienza sul campo della pratica legale. Infine, gli studenti Themis avrebbero avuto l’opportunità di studiare, per un intero semestre, sempre in lingua inglese, in una delle Università partner. Alla fine di questo percorso di esperienza europea ogni partecipante avrebbe ricevuto un attestato dal valore legale pari a zero, ma di non trascurabile rilievo sul piano professionale. È naturale che durante quest’originale percorso formativo i ragazzi si siano scambiati, a dir poco, i biglietti da visita, che poi, un domani, nella vita professionale, avrebbero potuto tornare utili. Gli studenti di Themis, entusiasti e orgogliosi dell’esperienza vissuta, a loro volta costituivano una piccola comunità, una sorta di élite, nell’ambito della più vasta comunità degli studenti bocconiani di Law.

7. Il Moot

Le principali università di tutto il mondo, dall’Europa alle Americhe del Nord e del Sud, dall’India alla Cina, dall’Australia al Giappone, selezionano al loro interno una squadra di sei/otto studenti di valore, disposti a compiere un sacrificio ulteriore rispetto ai già gravosi impegni del curriculum ordinario. Questa squadra, sotto la guida, diciamo così, di un coach esperto in arbitrati internazionali, partecipa a una serie di confronti e di eliminatorie intorno a un caso complicato dettato dall’apposita Corte di Vienna. Le squadre che riescono a superare tutti gli ostacoli delle eliminatorie, si riuniscono a Vienna per gli scontri finali, sempre in lingua inglese, guidati da terne arbitrali composte da avvocati e docenti dei Paesi più diversi. Nella settimana del Moot, la bellissima Vienna, che di solito appare sonnolenta, deserta, come raccolta nel ricordo malinconico della sua passata grandezza, esplode di energia e di gioventù, rianimata da ragazzi provenienti da più di duecento Università di Paesi del mondo. Di giorno le squadre si confrontano duramente, con destrezza, con bravura, per le semifinali e poi per le finali e poi la sera nessuno sfugge al richiamo della birra o della discoteca. Non basta una buona squadra, occorre un grande coach e, dietro le spalle, come nelle squadre di calcio, una società, cioè una Università che creda nella iniziativa e fornisca il necessario supporto economico e morale. Per diversi anni la Law School della Bocconi è stata l’unica università italiana a essere presente al Moot di Vienna, poi seguirono le facoltà giuridiche di Bologna, Cattolica, Statale, Torino, ecc. Va detto, con soddisfazione, che ogni anno la squadra della Bocconi non solo ha primeggiato rispetto alle altre concorrenti italiane, ma anche rispetto alle migliori Università del mondo, tornando grondante di soddisfazione, per esser sempre giunta alle semifinali, e grondante di premi (ad esempio: per la migliore comparsa scritta, per la migliore difesa orale, ecc.).

8. Bocconi Legal Papers

Dopo qualche anno di rodaggio della School of Law, apparvero maturi i tempi per accogliere una nuova iniziativa, promossa da alcuni studenti, di introdurre in Bocconi una esperienza studentesca tipicamente americana. Un gruppo di studenti bravi e volonterosi si è fatto carico della predisposizione, dell’editing e della pubblicazione di una vera e propria rivista periodica monotematica. Gli studenti stessi possono scrivere articoli sul tema prescelto oppure raccogliere saggi anche originali di autori italiani o stranieri che si sono occupati dell’argomento. Secondo le aree scientifiche, i lavori sono sottoposti a un docente bocconiano di riferimento per competenza. La Bocconi Legal Papers ha trattato argomenti importanti, dall’“analisi economica del diritto” al “diritto penale dell’economia”, e così via.

È infine da notare che questa rivista è tra le più lette. Non c’è studente di Law che non abbia avuto la curiosità di leggere, o almeno di sfogliare, i saggi scritti o scelti dai loro compagni.

9. La Scuola Pavia-Bocconi

Il percorso iniziale del CLG fu piuttosto tormentato a causa delle scelte e dei ripensamenti continui del legislatore. Accadde che la tradizionale laurea quadriennale in giurisprudenza fu modificata nel cosiddetto “tre più due”: una laurea in giurisprudenza dopo tre anni e una laurea magistrale dopo il biennio. Poi un ulteriore ripensamento legislativo riportò la laurea in giurisprudenza a un percorso unico, ma non più di quattro, bensì di cinque anni.

In ogni caso, al di là di questi fastidiosi cambiamenti, la Bocconi ha sempre riservato una particolare attenzione al post-laurea e alle sorti degli studenti del CLG una volta laureati ed entrati nella vita delle professioni e nel mondo del lavoro. Le percentuali di promossi agli esami d’avvocato, ai concorsi di magistratura e a quelli di notariato sfiorarono percentuali che andavano ben oltre ogni più rosea aspettativa. Il peso delle materie quantitative, il fardello delle discipline di contabilità e bilancio, in aggiunta a quelle tipiche della giurisprudenza, non furono di ostacolo al successo dei nostri laureati nei concorsi pubblici e negli esami di Stato e furono anzi una ragione di particolare attrattività per le grandi law firm operanti nel mondo moderno delle professioni legali.

10. Andare oltre

Con le prime lauree in giurisprudenza, lo spirito di comunità tra i laureati, generato dalle comuni esperienze di studio bocconiano – uno studio molto caratterizzato e diverso da quello delle altre facoltà giuridiche italiane –, portò inevitabilmente a un bisogno di continuare a coltivare anche nel mondo del lavoro e delle professioni quei forti legami personali nati tra i banchi dell’università. Così i laureati bocconiani in giurisprudenza costituirono una branch molto motivata nell’ambito del vitale e compatto gruppo bocconiano degli alumni.

Con il passare degli anni, cominciarono ad affacciarsi nuove esigenze, nuove necessità sotto diversi aspetti e sotto diversi profili. Si pensi al bisogno di approfondire o di estendere l’ambito di applicazione dell’inglese; la spinta verso l’internazionalità sia nella ricerca sia nella didattica; lo sviluppo del metodo informatico nella ricerca, nella didattica, nello studio individuale; alla affermazione delle tematiche di genere e al ruolo sempre più egualitario della donna, e così via.

Insomma, c’erano tutte le premesse per andare oltre, per portare la School sempre più avanti, in sintonia con i tempi nuovi. Di ciò si fecero carico i nuovi Direttori e i nuovi Dean.